IL RESPIRO DEI GIORNI
  
                            

ALESSANDRO D’AVENIA
CIÒ CHE INFERNO NON È


Nel silenzio di Piazza Anita Garibaldi l’aria è rimasta ferma. I minuti scorrono lenti come il sangue che esce dalla ferita alla nuca. Sono secondi di assoluta e tremenda lucidità. Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. E non sono mai quelle che consideriamo importanti durante la vita. Non saranno i viaggi confinati nelle vetrine che rimpiangeremo, e neanche una macchina nuova. No, al momento della morte tutto diventa finalmente reale. E cinque sono le cose che rimpiangeremo, le uniche reali di una vita.
La prima sarà di non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni, ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda, dalle false attese nostre, per curare magari il risentimento di ferite mai affrontate. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.
Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato, trascurando legami e relazioni. Vorremmo chiedere scusa a tutti, ma non c’è più tempo.
Per terzo rimpiangeremo di non aver avuto il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza «ti amo» a chi avevamo accanto, «sono fiero di te» ai figli, «scusa» quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.
Poi rimpiangeremo di non aver trascorso abbastanza tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, rimandando a oltranza, dando la precedenza a ciò che era urgente anziché a ciò che era importante. E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata e abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci di fare anche solo una telefonata e chiedere come stai.
Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure, sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall’abitudine, dall’accidia, dall’egoismo, invece di amare... Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori. Quello che l’adolescente scorge nell’addensarsi del suo corpo: promesse. Quello che il giovane spera nell’affermarsi della sua vita: amori.
Don Pino non rimpiange nessuna di queste cose. Le ha avute tutte nell’amore. Per lui era già tutto reale, per questo sorride nell’attraversare la soglia.

(Ridotto e adattato da: Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è, Mondadori)


                            


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