Quando pensiamo a come contrastare il crimine, la maggior parte di noi immagina un modello di giustizia retributiva. È infatti su questo principio che si fonda in larga parte
il Codice penale italiano: a ogni colpa corrisponde una pena proporzionata. Tuttavia, punire chi commette un reato non è l’unica strategia possibile. Si può agire anche attraverso
la prevenzione, l’educazione, il sostegno sociale e la mediazione per riparare le relazioni ferite dal reato.
La criminalità, inoltre, cambia in base alle condizioni socioeconomiche di una popolazione e richiede quindi risposte diversificate. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, in Italia
si sono diffuse le gang giovanili, coinvolte in furti, rapine e aggressioni. Ciò è avvenuto nonostante le statistiche ufficiali registrino una diminuzione dei reati commessi da minori.
Le bande hanno acquisito maggiore visibilità grazie ai social media e alle dinamiche urbane, risultando più presenti nelle grandi città e nelle aree metropolitane. Parallelamente, sono
cresciuti i reati legati al mondo digitale.
LE GANG GIOVANILI IN ITALIA
Nel 2023 si è rilevato un
calo del 4,15%
delle segnalazioni di minori denunciati o arrestati, ma la percezione sociale del fenomeno resta elevata. Non sempre, infatti, i dati statistici riflettono la realtà: spesso i minori
non vengono denunciati o incriminati per atteggiamenti indulgenti nei loro confronti («sono solo ragazzi!»), che li privano dell’esperienza di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Per le stesse ragioni, le pene risultano talvolta inferiori rispetto alla gravità degli illeciti. Inoltre, la convinzione che denunciare sia inutile e che l’intervento delle forze dell’ordine non sia
garantito scoraggia molti cittadini dal segnalare i reati.
Ma la punizione, quando viene applicata, è davvero efficace? I dati sulla recidiva mostrano i limiti di un approccio esclusivamente punitivo: il 60% dei detenuti torna a delinquere dopo
la scarcerazione poiché ostacolato dallo stigma sociale che rende difficile il reinserimento nella comunità e nel mondo del lavoro. Al contrario, è stato dimostrato che quando i carcerati hanno
la possibilità di lavorare durante la detenzione,
il tasso di recidiva scende fino al 2%.
Gli attuali metodi di carcerazione sembrano spesso mirare a demolire la dignità della persona, condannandola a una vita segnata dalla criminalità. La pena, invece, dovrebbe accompagnare il reo
in un percorso di maturazione morale e civile, favorendo la reintegrazione sicura e positiva nella società. In questa prospettiva si colloca la giustizia riparativa, che si concentra
sulla ricostruzione del rapporto tra autore del reato, vittima e comunità. Introdotta in Italia con il
Decreto legislativo 150/2022,
essa prevede percorsi di mediazione e dialogo. In Europa, diversi progetti pilota hanno mostrato risultati positivi: la partecipazione delle vittime nel processo di redenzione dei criminali
aumenta la percezione di giustizia e riduce la recidiva. Questo approccio non sostituisce la pena, ma la integra, offrendo spazi di responsabilizzazione e riconciliazione.
PROGETTI SULLE METODOLOGIE RIPARATIVE
Un’ulteriore dimensione da considerare è quella della giustizia distributiva, che riguarda l’assegnazione di risorse e opportunità secondo criteri di equità. In ambito penale, essa si traduce nel
garantire pari accesso alla difesa, condizioni dignitose in carcere e misure alternative proporzionate. Non si tratta di un aspetto marginale: i dati Eurostat mostrano che nel 2023 i furti nell’UE sono
aumentati del 4,8% e le rapine del 2,7%, fenomeni spesso connessi a disuguaglianze sociali. Per questo motivo, politiche di giustizia distributiva come investimenti nell’istruzione e nell’inclusione lavorativa,
assumono un ruolo decisivo, perché riducono il rischio di devianza affrontando le cause strutturali del crimine.
In conclusione, i dati dimostrano che la giustizia più efficace è quella capace di combinare retribuzione, riparazione e distribuzione. La punizione rimane necessaria, ma da sola non basta
a prevenire il crimine. Solo investendo in equità sociale e percorsi di reinserimento si può ridurre la recidiva, mentre la giustizia riparativa contribuisce a ricostruire il tessuto comunitario e a
rafforzare la coesione sociale.