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È noto che la società americana e quella europea godono complessivamente di una qualità di vita migliore rispetto alla maggior parte dei Paesi del mondo. Tuttavia, ci interroghiamo troppo poco su come e a spese di chi possiamo accedere a maggiori comodità e opportunità.
Le conseguenze del consumismo si abbattono con forza sulle nazioni più svantaggiate. L’insaziabile domanda di beni, comfort e tecnologie nei Paesi occidentali alimenta una catena di sfruttamento globale, in cui le risorse naturali e umane dei territori in via di sviluppo vengono sistematicamente saccheggiate per sostenere uno stile di vita opulento e poco etico. Dalle miniere di coltan in Congo, indispensabile per la produzione di smartphone, alle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio, dove il lavoro minorile è ancora diffuso, il benessere di pochi si regge sulla precarietà di molti. I Paesi poveri sono spesso relegati al ruolo di fornitori di materie prime e manodopera a basso costo, mentre le economie occidentali gestiscono la trasformazione, la commercializzazione e il consumo. Il divario tra Nord e Sud del mondo si amplia, celato dietro retoriche di progresso e sviluppo.

Nella società liquida Il sociologo britannico Zygmunt Bauman (1925-2017) ha definito “liquida” una società caratterizzata dalla fragilità dei legami sociali, in cui il bisogno di apparire e possedere sostituisce i valori tradizionali. il consumismo non è solo un’abitudine, ma una forma di identità: si è ciò che si consuma. La solidarietà e la cura vengono marginalizzate, e milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema, mentre ci illudiamo di essere al centro del progresso. Tuttavia, il progresso tecnologico, spesso celebrato come emblema di civiltà avanzata, non coincide necessariamente con un autentico progresso umano. L’innovazione digitale, l’intelligenza artificiale e l’automazione possono migliorare la qualità di vita di alcuni, ma non garantiscono equità, solidarietà né giustizia. Al contrario, in molti casi contribuiscono ad amplificare le disuguaglianze, perché non tutti vi hanno accesso e manca l’educazione all’uso consapevole e responsabile di questi strumenti. Inoltre, la realizzazione di queste tecnologie è possibile grazie a risorse estratte in condizioni disumane, e il loro smaltimento avviene spesso nei Paesi poveri, trasformati in vere e proprie discariche elettroniche.
Il ciclo del consumo si rivela così anche un ciclo di esclusione. Riconoscere questa interdipendenza è il primo passo verso un cambiamento consapevole. Non si tratta di rinunciare alla tecnologia o al benessere, ma di ridefinirne il significato e i confini per costruire un mondo più giusto, dove il valore non risieda nell’apparenza, ma nella dignità condivisa.

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