Il primo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite si propone di sradicare la povertà in tutte le sue forme, ovunque. Si tratta di una sfida complessa, che richiede ben più di buone intenzioni: servono interventi politici concreti, capaci di trasformare le strutture economiche e culturali che alimentano le disuguaglianze. Per esempio, occorre superare il modello lineare basato sul consumo e promuovere invece economie generative e circolari, fondate su sostenibilità, relazioni e cura dei territori. La prima crea valore economico, sociale e relazionale; la seconda rompe il paradigma “produci-usa-getta”, valorizzando riuso, riparazione e rigenerazione. Entrambe le politiche richiedono un cambio di governance che imponga di rivedere le regole del consumo e i processi di produzione e distribuzione dei beni. Sarebbe inoltre necessario diffondere una cultura che non neghi la fragilità umana, mortificando chi ha bisogno di aiuto, ma la riconosca come condizione naturale e universale. Lo sviluppo umano integrale Processo che mira alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni (economica, sociale, culturale, spirituale), valorizzando ogni individuo e l’intera comunità. non è dunque solo un obiettivo politico, ma anche un percorso etico e spirituale che già papa Paolo VI, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), invitava a intraprendere, in difesa della dignità, della giustizia sociale e dei diritti umani.
Negli ultimi anni, numerose associazioni internazionali, insieme a voci autorevoli come quella di papa Francesco nel suo
discorso del 2020
alle Nazioni Unite, hanno rilanciato la proposta di condonare
il debito dei Paesi più poveri. Molti Stati debitori, infatti, non hanno realisticamente la possibilità di saldare i propri debiti senza compromettere servizi essenziali come la sanità e l’istruzione.
La logica è evidente: se gran parte delle risorse economiche è destinata al pagamento degli interessi, diventa impossibile investire in servizi pubblici e infrastrutture. Il debito si trasforma così in
una trappola, anziché in uno strumento di crescita. Il condono del debito è tecnicamente possibile, ma richiede una volontà politica condivisa, una revisione delle regole finanziarie internazionali e
una visione etica comune. Se accompagnato da politiche di trasparenza e partecipazione, potrebbe liberare i mezzi per un autentico sviluppo, svincolando i Paesi in difficoltà da rapporti di dipendenza.
Si tratterebbe di un gesto di solidarietà, ma soprattutto di un passo orientato verso una maggiore equità globale.
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Il credito cooperativo è un modello bancario basato sulla solidarietà e sul legame con il territorio. Le banche di credito cooperativo non perseguono il massimo profitto, ma mirano al benessere delle
comunità locali. Ogni socio ha diritto di voto, indipendentemente dal capitale versato, e gli utili vengono reinvestiti in progetti sociali, culturali e ambientali. Questo sistema contribuisce a ridurre
le disuguaglianze perché offre servizi finanziari anche a chi spesso viene escluso dalle banche tradizionali, come piccole imprese, giovani, famiglie in difficoltà e associazioni. Favorisce così l’inclusione
economica e sociale, sostenendo l’economia reale e lo sviluppo territoriale in un mondo segnato dalla crescente concentrazione della ricchezza, e rappresentando, quindi, un esempio concreto di come la finanza
possa essere al servizio delle persone.
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