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Ebraismo

Nel pensiero ebraico, la lotta alla povertà rappresenta un imperativo etico profondamente radicato nella Torah e nella tradizione rabbinica. Al centro di questa visione si colloca il concetto di tzedakah, spesso tradotto come “carità”, ma il cui significato va ben oltre la semplice elemosina: si tratta, infatti, di un autentico dovere di giustizia sociale.
La solidarietà verso i poveri è concepita come una responsabilità collettiva, che nel corso della storia si è tradotta in pratiche concrete come la decima (ma’aser) e il giubileo. Quest’ultimo, celebrato ogni cinquant’anni, prevedeva la redistribuzione delle terre per contrastare l’accumulo eccessivo di ricchezze e prevenire le disuguaglianze.
In questo contesto, il consumismo del mondo contemporaneo viene spesso guardato con sospetto, poiché rischia di distogliere l’individuo dalla centralità della comunità e dallo sviluppo spirituale. L’ebraismo, al contrario, promuove una visione integrale della persona, che comprende la dignità economica, l’accesso all’educazione e la partecipazione attiva alla vita sociale. Questi princìpi si riflettono anche nell’impegno concreto di numerose organizzazioni ebraiche, attive nel sostegno ai bisognosi attraverso programmi di inclusione, microcredito e supporto alimentare. Tali iniziative si sviluppano spesso in collaborazione con enti interreligiosi e laici, a testimonianza di una solidarietà che scavalca i confini confessionali e si radica in valori universali di giustizia e umanità.

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Islam

Anche nella tradizione musulmana la povertà è considerata una sfida da affrontare attraverso la giustizia e la ridistribuzione delle risorse. Uno dei cinque pilastri dell’Islam è la zakat, un contributo obbligatorio, proporzionato alle possibilità individuali, destinato al sostegno di chi vive ai margini della società. A esso si affianca il principio di sadaqah, una forma volontaria e genuina di carità che manifesta solidarietà.
Il Corano condanna l’accumulo eccessivo di beni e promuove uno stile di vita sobrio e consapevole, in cui il benessere personale è inseparabile da quello della collettività. Il consumismo è dunque visto come una deviazione dalla retta via, poiché allontana l’individuo dai valori spirituali e dalla responsabilità verso la comunità.
In molte aree del mondo islamico, fondazioni e organizzazioni non governative ispirate ai princìpi religiosi musulmani sono attivamente coinvolte nella lotta alla povertà, favorendo l’accesso all’acqua, all’educazione e alla salute. Questo impegno per l’equità e la tutela del Creato si riflette anche nel contributo al dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile, come testimoniano le proposte avanzate nell’ambito dell’Agenda ONU 2030.

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Induismo

Sebbene nell’induismo la povertà possa essere interpretata come espressione del karma Legge universale dell’induismo secondo cui ogni azione genera conseguenze nella vita presente e futura, determinando il ciclo di rinascite (samsara) che conduce alla liberazione (moksha). In sintesi, ogni individuo è responsabile del proprio destino. , ciò non giustifica mai l’indifferenza verso chi soffre. Al contrario, viene valorizzata la pratica del dono (dāna), considerata una delle virtù fondamentali di questo credo. Esso implica la condivisione disinteressata delle proprie risorse e invita a vedere la povertà come un’opportunità per esercitare compassione e servizio.
La tradizione induista promuove inoltre uno sviluppo integrale dell’individuo che armonizzi corpo, mente e spirito, valorizzando la relazione con la comunità e l’ambiente. In India, numerosi templi e movimenti spirituali gestiscono mense gratuite, ospedali e scuole rivolti alle persone in difficoltà. Organizzazioni come la Ramakrishna Mission e la Art of Living Foundation operano nei settori dell’educazione e della salute, adottando approcci che integrano tradizione e innovazione.

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Buddhismo

Nel buddhismo, la povertà è interpretata come una delle forme di sofferenza da alleviare attraverso la compassione (karuna) e la saggezza (prajna). La generosità (dāna) è considerata la prima virtù da coltivare nel proprio cammino spirituale, perché rappresenta una risposta concreta alla sofferenza altrui. Al contrario, il consumismo, che lega l’essere umano ai desideri materiali, è considerato fonte di illusione e di sofferenza.
Per affrontare le disparità di accesso alle cure sanitarie e all’istruzione, molti monasteri e centri buddhisti promuovono programmi educativi e di salute pubblica, offrendo sostegno diretto alle comunità vulnerabili. In Paesi come Thailandia, Sri Lanka e Nepal, la comunità monastica (sangha) svolge un ruolo attivo nell’assistenza ai poveri, incarnando i princìpi etici della tradizione. Inoltre, il buddhismo contemporaneo partecipa al dibattito ecologico, sottolineando il legame profondo tra povertà e degrado ambientale, e promuovendo pratiche di sviluppo sostenibile, solidarietà sociale e cooperazione interreligiosa.